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La musica nella scuola della riforma

di Carlo Delfrati
da ScuolAmadeus di Marzo 2006

Il quinquennio che volge al termine ha visto il mondo della scuola reagire aspramente alle riforme introdotte dal nuovo governo. A cominciare dai tagli finanziari, naturalmente: gli stessi, che hanno dilaniato la cultura e lo spettacolo. Ma in fondo, come stupirsene, visto il grave declino economico a cui il nostro paese è andato incontro in questi stessi anni? Se crescono a dismisura i precari del lavoro temporaneo, come stupirsi che nelle nostre scuole gli insegnanti precari siano saliti dai quasi 97.000 nel 2001 ai quasi 109.000 dell’anno scorso? In compenso, gli insegnanti si vedono piovere addosso una serie di incombenze burocratiche: il portfolio delle competenze individuali dell’alunno (che va redatto fin dalla scuola dell’infanzia!), e poi una girandola di crittogrammi che fanno pensare più a un film di fantascienza che a un’aula scolastica: POF, UDA, OSA, OGPF, PSP, PECUP. Mancano solo CiUnoPiOtto, DiTreBiO e Yabba... Il Ministro ha anche pensato bene di recuperare nella scuola elementare la figura della maestra prevalente (che chiama tutor, probabilmente per ridare un po’ di sorriso ai maltrattati insegnanti di inglese): “un’involuzione che ci riporta a prima degli anni Ottanta”. Così si è espresso il Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione, che per legge il Ministro è obbligato a consultare, e dal quale (sempre per risparmiare) il Ministro ha cancellato il “pubblica”.

Le tre “i”
Uno slogan del 2001 portava in primo piano “impresa, inglese, informatica”: le famose tre “i”. Sulla prima, in un paese dove l’andamento del prodotto interno lordo, sceso dal 3% del 2001 allo 0% del 2004, è inversamente proporzionale a quello del suo maggiore imprenditore, è il caso, per pudore, di glissare. Quanto all’inglese, a consuntivo sta il senso di beffa provato dagli insegnanti che vedono scendere il numero complessivo di ore, per gli otto anni di scuola dell’obbligo e per il tempo prolungato, dalle 825 del 2000 alle 459 della nuova scuola dell’obbligo. Anche qui, tagli e risparmi. Gli stessi risparmi che hanno reso una chimera l’informatizzazione delle scuole: nella conferenza di Palermo del 2002 il nostro premier prometteva l’1% del Pil allo sviluppo; cifra reale, nel 2005: lo 0,11. Oggi fra gli addetti il ricordo delle tre “i” suscita solo reazioni irriferibili. Questo scarto tra i risultati e le promesse tanto o poco pattuite con gli Italiani, ricalca nella scuola lo stile politico più generale a cui ci ha abituato il quinquennio che sta per chiudersi.

Un obbligo mancato
Uno dei provvedimenti del nuovo Ministro è stato di permettere ai bambini di anticipare la frequenza della scuola materna ed elementare. Il che vuol dire, per fare un esempio, che in prima elementare possono sedere uno accanto all’altro un bimbo di cinque anni appena compiuti e uno di sei anni suonati da un pezzo. Come se non ci fosse a quell’età il divario cognitivo che sappiamo. Come l’inizio del percorso scolastico è anticipato, così è anticipata la conclusione. La legge De Mauro elevava l’obbligo scolastico a 16 anni per tutti, come prima tappa di un percorso da concludere, in seguito, con l’estensione a 18 anni. Per questa ragione, la Commissione che scriveva i programmi si orientava su un curricolo omogeneo per i bienni di tutti i licei. E’ grazie a questo principio che fu possibile inserire la musica come disciplina obbligatoria in tutti i bienni, dal classico al tecnologico. Se la scuola dell’obbligo deve fornire i saperi essenziali, e tra questi la musica, e se il biennio è ancora scuola dell’obbligo, la deduzione è scontata: la musica deve continuare a farne parte. Sarebbe stato un fatto inedito nella nostra scuola, di incalcolabile importanza per le sorti dell’educazione musicale.
La storia è nota. Non solo quel progetto non fece in tempo a trasformarsi in legge, per il termine del mandato legislativo, ma il primo atto del nuovo governo fu l’abrogazione della legge già approvata, la legge De Mauro. E con essa l’estensione dell’obbligo scolastico a 16 anni. E’ qui che sono intervenute le critiche più aspre alla riforma Moratti, fino alle contestazioni pubbliche a cui abbiamo assistito in questi anni. Apparentemente la nuova legge estende l’obbligo ai 18 anni. Ma si tratta di un obbligo “al negativo”: lo studente “non può” entrare nel mondo del lavoro prima dei 18 anni. Come se fosse facile. E perciò, se dopo la media non vuole più andare a scuola, è tenuto a frequentare luoghi in cui imparare, o far mostra di imparare, quello che vuole: può essere una scuola per estetiste, per carpentieri, per alimentaristi slow food, per riparatori di antenne televisive, per organizzatori di viaggi-vacanza...

La scuola dei capi e la scuola dei gregari
Ben più pesante e gravido di conseguenze è un altro arretramento, duramente contestato dall’intero fronte della scuola. Ed è la netta divaricazione tra licei e scuole professionali. I primi forniscono le necessarie risorse culturali per affrontare all’università gli studi specifici della professione a cui si aspira. I secondi più semplicemente insegnano un mestiere. E non prevedono continuazioni universitarie, a cui risulta teoricamente possibile accedere, ma con tali ostacoli culturali da superare da scoraggiare anche il più volonteroso. Tradotto in concreto ciò significa costringere un ragazzo di 13 – 14 anni a prendere una decisione che pregiudica l’intera sua vita futura. Costringere il ragazzo, e prima ancora la sua famiglia. Guarda caso, le famiglie che optano per la scuola professionale (quando non addirittura per l’interruzione degli studi) sono inevitabilmente, nella stragrande maggioranza, famiglie culturalmente ed economicamente disagiate. E’ per questa ragione che i contestatori della riforma Moratti la accusano di classismo. Ma se anche non ci fossero queste ragioni sociali, a mettere in dubbio l’efficacia di una scuola che prepara a professioni “pratiche” sta proprio la precarietà di tali professioni, oggi. Oggi i cambiamenti nel mondo del lavoro procedono a un tasso esponenziale. C’è il rischio che il giovane preparato all’uso di una particolare tecnologia si trovi poi in mano uno strumento obsoleto, già sostituito da tecnologie diverse. Gli stessi esperti di management parlano di imprese che devono attrezzarsi per “Navigare nella turbolenza”, come s’intitola il libro dei due economisti E. e C. Laszlo. Che citano una frase di Einstein così calzante per le scelte della scuola: “Non possiamo risolvere i problemi con i medesimi schemi di pensiero con cui li abbiamo creati”. Se non rendiamo i ragazzi capaci di modificare i propri “schemi di pensiero” li votiamo a farsi sommergere dalla turbolenza. Perché possano navigare diventa necessario allenarli ad essere flessibili, capaci di riadattarsi, creativi, così da riorientare alle nuove esigenze della società le competenze acquisite. E’ a questo fine che dovrebbero ordinarsi i programmi scolastici delle scuole del ciclo liceale. Tutte le scuole.

Una barchetta nella tempesta
E’ qui che emerge l’importanza della musica, e più in generale delle arti. Le arti sono il luogo privilegiato della creatività: un luogo speciale in cui gli “schemi di pensiero” vengono continuamente sovvertiti. Ogni opera d’arte offre, a chi sa coglierla, una particolare concezione della realtà. Costringe a sentire e a pensare in modi sempre nuovi. E non è indifferente il fatto che si tratti di un’opera letteraria, o visuale, o musicale. Perché ogni forma d’arte possiede un proprio linguaggio e fa capo a una radicale dell’esperienza umana insurrogabile dalle altre. Nessuna parola può trasmetterci ciò che ci dice un affresco. Nessuna tela può trasmetterci ciò che ci dice una sinfonia. E viceversa: il messaggio espresso in un medium linguistico è per sua natura intraducibile in un medium diverso. E’ per questo che le forme fondamentali dell’esperienza estetica, così importante per la creatività dei giovani oggi, devono essere presenti tutte nei curricoli, che nessuna può mancare se non si vuole deprivarne i giovani.
Purtroppo non è questo che troviamo nella riforma dei programmi liceali. La legge riordina gli istituti precedenti in otto grandi famiglie. Per ciascuno fornisce, come per le scuole dell’obbligo, apposite “Indicazioni Nazionali”: approdo di una navigazione più che turbolenta, lascia intravedere le incertezze profonde su cui l’intera riforma ha veleggiato per cinque anni. Ben dieci sono le versioni che si sono succedute, prima di diventare legge. Inutile dire cha la musica è quella che più di ogni altra ha sofferto di mal di mare, cancellata, recuperata, rimossa, rimessa, ridimensionata... Barchetta sballottata fra le sciddi delle discipline linguistiche e le cariddi di quelle scientifiche.
Alla fine dell’estenuante peripezia cosa troviamo? Troviamo che la musica, la disciplina – l’unica – che per definizione è chiamata a offrire una lettura del mondo sub specie sonora - vede calpestata questa sua originalità, negato il suo carattere di sapere essenziale, di “intelligenza primaria”, come la rivendicano psicologi della statura di Howard Gardner.
Invano la cercheremmo tra le discipline obbligatorie dei licei blasonati, i licei prediletti dalle dirigenze intellettuali, il classico e lo scientifico. Ma incredibilmente, anche nell’artistico è ignorata (incidentalmente osserviamo che invece l’arte è obbligatoria – e c’è solo da rallegrarsene – in tutti i licei, compreso quello musicale!). In questi tre licei la musica è nominata fra le discipline opzionali, solo per poche ore nei primi quattro anni. E senza indicazione di programmi, come invece avviene per le altre discipline. Al loro posto, una norma che mortifica ulteriormente la dignità della disciplina: la si può frequentare solo se l’allievo ha raggiunto “gli obiettivi di apprendimento previsti per le attività e insegnamenti obbligatori”. In caso diverso “gli studenti sono tenuti ad utilizzare le ore a loro scelta per conseguire i livelli attesi dalle indicazioni nazionali”. Insomma, la musica è il biscottino che si dà solo a chi non sbaglia la consecutio temporum, o i problemi di trigonometria, o i tracciati assonometrici. Agli altri solo il castigo del silenzio.
Con quanta serietà il Ministero abbia affrontato i programmi liceali lo rivela anche lo “scambio di seccature” tra il liceo economico e quello linguistico: la musica è presente (non come disciplina a sé, ma sotto tutela dell’arte visuale) nel primo biennio dell’economico, e nel secondo triennio del linguistico. Chiude il luna park ministeriale il silenzio tombale che si respira nel liceo tecnologico. C’è da credere che la sordità guadagnata dai commissari nel corso dei propri studi abbia fatto loro ignorare che il mondo della multimedialità, così importante per i loro curricoli, è un mondo non solo visivo ma audiovisivo.
Rimarrebbe da dire del liceo musicale, e dei suoi problematici rapporti con il conservatorio. Un’altra dolorosa storia, su cui sarà il caso di tornare una prossima volta.




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